L'idea di una città

Un interessante articolo che parla dell'idea di città, non solo di un'osteria.

Il Gazzettino, 12 giugno 2013

gazz 12 giu


Sulla chiusura di Filo

Vorrei capire Perché si perseguitano i luoghi dove si trovano le nuove generazioni? Perché chi fa musica dal vivo deve essere penalizzato?Perché una città può diventare il troiaio di Bertolasodei crocieristi dei ricchi e stranieri di varia origine dei provinciali in vacanza, la residenza anziani e il museo all'aperto più noioso d'Italia, il palco per evasori che litigano con ambulanti. 

Perché tutto si può fare qui, costruire e svendere di tutto.Ma non viverci. 

Non è tollerato il fatto che qui qualcuno ci viva. Perchè chi va da Filo a sentire della musica è in gran parte chi qua ci vive. Chi ci sta restando per scelta. Chi rischia di costruirci una nuova generazione qui in città.Chi rischia di sfornare nuovi residenti!!

Mentre qui si vogliono solo residenti ad esaurimento (in tutti i sensi), non nuovi residenti.

"Mi scusi. La città è chiusa. La stiamo (ri)pulendo. Torni fra un secolo, grazie." 

Il vero commerciante non è Filo...E' chi vede un'osteria frequentata da possibili residenti come una concorrenza pericolosa sul modello di vita. Tu aggreghi. Non vendi e basta. Crei relazioni. E se tu crei relazioni io domani mi devo confrontare con te e quelli che sono qui, i nuovi...

Non ci sto a fare l'eterno foresto. Io voto qui. Pago qui. Amo e soffro qui. E voglio andare da Filo quando mi pare e sentirmi a casa. A casa!

Voglio guardarlo negli occhi quello che ha chiamato la Polizia per far chiudere la Poppa, voglio fargli un paio di domande in pubblico, a lui e a tutti quelli che in mille maniere hanno da ridire ogni volta che c'è qualcosa di diverso, che non gli porta direttamente soldi o non corrisponde al loro punto di vista o alla loro necessità. 

Lo stiamo vedendo in Turchia che la democrazia non è "regola", è prima di tutto "fondamento comune". Se anche hai il 51% non vuol dire che hai l'esclusiva sulla vita dei cittadini. E' il capolinea. Next Stop Campo Taksim. 

Elites culturali e imprenditoriali e ex-pezzenti parassiti arricchiti e impauriti sono le due facce della stessa medaglia al disonore di questa città. Neanche il MOSE fermerà Venezia dall'auto-sommersione. E mi viene da pensare che sia nato per accelerarla, vedendolo in senso contrario. 

E la chiamano città metropolitana…

Amerigo Nutolo
11 giugno 2013


Commento Facebook:

La Patti ragionissima. ma continuo a pensare che il problema vero è solo in parte 'quello che chiama la polizia', ma gli amministratori che danno retta a lui e non a te/noi. qui alle casette han mandato i vigili a multare chi si prendeva cura di un'aiuola abbandonata. la miopia ci schiaccia dall'alto. la somministrazione dei divieti non è politica e non è amministrazione, glielo dobbiamo gridare.


Venezia, obiezione d’indecenza

Di ilsimplicissimus

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Spesso scrivo di Venezia, per campanilismo dell’anima, si dirà. Ma è che ci sono città che subiscono dei test della barbarie: se resistono, se i cittadini non insorgono, se la comunità mondiale che guarda ad esse  come a tesori preziosi e inimitabili, da curare e conservare, allora tutto è possibile: oltraggi ai monumenti, derisioni della bellezza, affronti agli abitanti.

La polizia che mena e intossica di lacrimogeni cittadini armati di bandiere festosamente irridenti il business bugiardo delle crociere, amministrazioni pubbliche che si fanno comprare da multinazionali delle vacanze in gregge, da vecchi marpioni che vogliono tirar su il loro mausoleo ai danni dell’ambiente e della sicurezza, la chiusura forzata e prepotente di un inoffensivo luogo di incontro di ragazzi, in un bel campo amico della socialità, come se il suono di un “mandolino amplificato” fosse offensivo per la collettività più delle invasioni di turisti per caso spaesati spinti come pecore al rapido consumo, più delle grandi navi che sfiorano la Piazza e la riva e San Giorgio, inquinando e minacciando stabilità e sicurezza, più dell’espulsione di abitanti, negozi e botteghe artigianali,  più dell’alienazione di siti storici come l’Arsenale ceduti ai boss del Consorzio, che sta occupando la città e la sua economia in nome di una salvaguardia che riguarda solo   interessi privati, ecco sono tutte ferite, non solo al buonsenso, alla ragionevolezza, ma anche alla memoria e alla storia di un posto straordinario che ha costruito la sua grandezza sul cosmopolitismo, l’accoglienza, le doux commerce, la promozione di arti e mestieri, di sapere e conoscenza, come pilastri dell’edificazione di una potenza.

Ma non bastavano questi collaudi di barbarie. Il Consiglio comunale di Venezia, lo stesso che ubbidisce ossequiente alle ragioni dei padroni e predoni del mare, che svende le sue proprietà e il suo territorio per un pareggio in bilancio irraggiungibile e che non pareggia i conti coi bisogni dei cittadini, ha approvato una  mozione che ha l’intento di “tutelare il diritto all’obiezione di coscienza in ambito medico sanitario”,
In una regione dove quasi l’80% dei ginecologi esercita l’obiezione di coscienza, grazie anche al voto e all’astensione dei consiglieri del centro sinistra. È un altro schiaffo a una tradizione di laicità, espressa attraverso l’ospitalità a comunità di ogni etnia e religione, tanto che fino a Napoleone nessuna confessione fu confinata in un ghetto, tanto che chiese di ogni culto sorsero e furono celebrate e abbellite da opere straordinarie,  tanto che spezie, piatti, ritmi, abiti di altre culture entrarono nell’immaginario e nella vita quotidiana dei cittadini, così come la loro arte, i loro scritti, le loro idee.

I primi abitanti di Venezia, delle sue pianure liquide, fatte di saline e barene, acquitrini e case costruite come nidi di uccelli acquatici, miracolosamente appartate rispetto allo svolgersi di un evo fatto di  incursioni feroci, distruzioni compiute nel totale disprezzo della vita dei poveri come dei benestanti, di fame e stenti, pestilenze e mutilazioni, scamparono a una barbarie della quale oggi noi siamo vittime, in virtù della grande menzogna secondo la quale “non siamo mai stati meglio” e per conservarci questo “meglio” minacciato dalla crisi, è necessaria la rinuncia a diritti, garanzie , convinzioni, speranze, aspettative. Salvo qualche eccezione non hanno gli elmi con le corna, gli invasori delle nostre esistenze, che ci hanno dichiarato guerra sotto l’insegna del dio profitto. Perché è sicuro che la stretta intollerante del Comune di Venezia nei confronti di chi pretende di essere assistita nell’esercizio del diritto più difficile e impervio,  esimendo chi vuole sottrarvisi, dal dovere di garantirle sicurezza e cura, non è stata certo impressa per motivi ideali o morali, sia pure in nome di un’etica sedicentemente comune  ricalcata su valori confessionali e su una “biologia” piegata alle ragioni di parte. Ma è invece  uno dei frutti avvelenati della grande ipocrisia che dietro all’ostensione di  principi e la rivendicazione di  valori di fede, segna l’ubbidienza al diktat di una teocrazia, si, ma quella di interessi privatistici, di profitti  arraffati ai danni delle donne, come avveniva prima  di una legge che ha fatto uscire dalla clandestinità e dal rischio una prova dolorosa, per condannarle di nuovo a  viverla  come una colpa, come un pericolo per la propria vita, come una punizione  e come un crimine.

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