C'era una volta a Venezia: la contrada a luci rosse

C'era una volta a Venezia: la contrada a luci rosse
(con sottotitoli e descrizione estesa)


Durata: 5:02 | Data: 20.12.12 15.10

Descrizione: Dai nizioleti veneziani riemerge la storia della zona a luci rosse di Venezia dove vivevano e operavano, durante il Rinascimento, le prostitute. 

TESTO DEL VIDEO
La Serenissima repubblica: simbolo di laboriosità cultura multietnicità ma anche luogo di divertimenti e piaceri più o meno leciti in cui è nata e ha prosperato per secoli un'intera contrada a luci rosse. Tutto ha inizio nel Trecento: un periodo per Venezia ricco di grandi cambiamenti politici segnato tra l'altro da una serie di congiure contro il doge. Si instaura di conseguenza un clima repressivo e di stretto controllo sugli abitanti con un giro di vite anche sulle usanze e sui costumi più libertini. Il Maggior Consiglio con un decreto del 1358 ordina ai capi contrada di individuare un luogo adatto a confinare le numerose meretrici cittadine. Viene scelta la parte più vecchia della città vicino a Rialto chiamata "il castelletto" costituito da un gruppo di case molto alte e vicine tra loro custodito da sei guardiani. Il Consiglio dei Dieci impone pertanto regole da rispettare sui prezzi e i tempi di lavoro sui periodi e luoghi di uscita l'obbligo di indossare per strada un fazzoletto giallo e zatteroni alti fino a 50 centimetri il divieto di passare la notte in taverne ed osterie: regole che peraltro spesso non venivano rispettate. Nel 1421 viene presa la decisione di trasferire tutte le pubbliche meretrici nelle case che il governo aveva acquisito alla morte dell'ultimo discendente della ricca famiglia Rampani. Infatti non essendoci eredi ed in mancanza di un testamento tutti i beni mobili e immobili sono passati alla Serenissima. La zona sarà successivamente nominata delle "Carampane" ovvero delle case Rampani. All'inizio del sedicesimo secolo si distinguevano due tipi di meretrici: le cortigiane di lume povere e non istruite e le cortigiane oneste che avevano avuto la rara possibilità di frequentare ambienti esclusivi e diventare colte. Il mestiere praticato in città secondo il censimento del 1509 da più di 11.000 donne attraversa però un grosso periodo di crisi soprattutto per la diffusione dell'omosessualità. Il governo in una logica omofoba stabilisce allora pene esemplari per gli omosessuali e permette alle meretrici di affacciarsi alle finestre con i seni scoperti per attrarre i passanti come ricorda ancora oggi "il ponte delle tette". Nella stessa area compare un altro curioso toponimo: fondamenta sottoportego e campiello della "stua". La "stua" di Rialto era un locale pubblico simile al "calidarium" romano dove si effettuava la cura del corpo e dei piedi da parte di chirurghi di bassa levatura detti "stueri" e dove nonostante espliciti divieti spesso si praticavano rapporti sessuali mercenari. Poco lontano si trovava uno fra i più frequentati luoghi di incontri notturni: il portico con colonnato ora non più esistente della chiesa di Santa Maria Mater Domini di cui nel 1488 il Consiglio dei Dieci aveva ordinato la chiusura con assi di legno. La contrada a luci rosse era collegata al sestiere di San Marco oltre che dal ponte di Rialto in legno fino alla fine del Cinquecento anche da un traghetto con pedaggio detto "del buso" o "dei rufiani in quanto frequentato dai clienti delle meretrici. Grazie ai preziosi "nizioleti" possiamo ancora oggi passeggiando in questi luoghi riscoprire la misteriosa Venezia di 500 anni fa.

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