Quando le pietre raccontano amore

Pur essendo una raffigurazione conosciuta a un pubblico che va oltre la ristretta cerchia degli specialisti, la raffigurazione di una coppia a letto mentre fa l’amore, fra le centinaia di bellissime immagini che compaiono sui capitelli delle arcate di Palazzo Ducale, è comunque una visione decisamente insolita, e può essere piacevole perdersi a cercarla tra le centinaia di raffigurazioni – per la precisione, cinquecentottantadue, su trentasei colonne – che costituiscono una delle testimonianze più complesse del mondo figurativo veneziano trecentesco.

amore

Il capitello in questione è il tredicesimo, partendo dalla grande colonna d’angolo di Porta della Carta, e quella che viene narrata è essenzialmente una storia d’amore, che purtroppo non ha un lieto fine: in otto episodi di vita quotidiana, scorre davanti agli occhi come in un film la vicenda di questa coppia a partire dalla conoscenza (con il ragazzo che nella più classica delle maniere sta sotto le finestre dell’amata, che a quanto pare già langue d’amore per lui affacciata al suo balcone), seguita dal corteggiamento, dallo scambio della promessa matrimoniale, dall’atto sessuale (con la coppia stesa su un letto e provvidenzialmente coperta da un lenzuolo…), e dalla successiva nascita del figlio, dalla sua crescita e dalla sua morte, che lascia due genitori attoniti e addolorati nella loro immutabile espressione di pietra, davanti al corpo esanime del ragazzino. Secondo una diversa versione della sequenza, l’epilogo tragico avviene perché l’amore tra i due non è consacrato.

Scolpiti nei decenni centrali del XIV secolo, i capitelli costituiscono una sorta di enciclopedia, una specie di libro aperto nel quale leggere una miriade di raffigurazioni: i Vizi e le Virtù, le Età della vita umana, i Mesi, i Mestieri, animali mansueti, mostri e scene della vita dell’uomo, le diverse “razze” umane allora conosciute, dame e cavalieri, saggi e imperatori, personaggi biblici e mitologici, i pianeti, i segni dello Zodiaco e la creazione di Adamo, oltre a innumerevoli esseri favolosi che si susseguono in un favoloso intreccio che – secondo alcuni cultori della materia – presenta alcuni aspetti legati all’esoterismo: vi si vedono figure assimilabili ai crociati, un pellicano che si squarcia il petto davanti ai suoi piccoli (simbolo del Cristo, ma anche dei Rosacroce), oltre a numerosi riferimenti a re Salomone, che compare peraltro in un gruppo scultoreo che mostra la celebre scena del giudizio.
Fra le curiosità celate nelle raffigurazioni, vi è quella che compare sulla settima colonna della facciata che guarda in Piazzetta (ancora partendo da Porta della Carta), originale del Trecento, e la sua copia ottocentesca sulla nona colonna sul fronte-bacino a partire dall’angolo, dedicata ai Vizi capitali: particolare interesse riveste quella che raffigura la Gola, che mostrando una persona che porta alla bocca una coscia di pollo con voluttà mentre tiene un bicchiere nell’altra mano, costituisce la rappresentazione scultorea più antica di un vetro veneziano. Si tratterebbe infatti dell’immagine stilizzata – secondo i dettami dell’arte gotica – di un bicchiere “a gocce”, molto in voga all’epoca in cui furono scolpiti i capitelli.

Alberto Toso Fei

Gazzettino gennaio 2013

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