Frutarol

Frutarol

Ai tempi della Serenissima i frutaroli erano i venditori di frutta che, insieme a erbaroli (venditori di verdura) e naranzeri (venditori di arance e agrumi), costituivano i tre "colonnelli" (rami in cui si articolava uno stesso mestiere) raggruppati nella stessa Arte o Corporazione dei Frutaroli, istituita nel XV secolo. Anche la sede sociale dei tre colonnelli era comune e si ricordano due ubicazioni: una a San Pietro di Castello, l'altra a Santa Maria Formosa.

Il toponimo frutarol si trova in numerosi sestieri di Venezia, nei luoghi dove si esercitava il mestiere, a Castello, a San Marco, a Cannaregio, dove tutt'oggi esiste un negozio di fruttivendolo nel Rio Terà Barba Frutarol (rio interrato nel 1776).
I frutaroli erano i protagonisti della festa dei meloni. Questa ricorrenza si celebrava perché il doge Michele Steno (eletto nel 1400) aveva posto fine a delle controversie fra i confratelli dell'arte dei frutaroli e, per riconoscenza, questi gli avevano offerto numerosi squisiti poponi (meloni). Da quell'epoca l'evento veniva ricordato nel primo anno di governo di ogni doge, in agosto, nel giorno intitolato a Santa Marina, con una vivacissima processione fra canti e musica. Parati a festa, i frutaroli si radunavano in Campo S. Maria Formosa e, passando per le Mercerie e la Piazza San Marco, si recavano a Palazzo Ducale. Non mancavano i tre stendardi dell'Arte e una grande base a sostegno della figura del loro protettore San Giosafat, portato a spalla da quattro facchini in tunica bianca con in testa un berrettone con fiocchi e fiori. I frutaroli giunti alla Porta della Carta salivano alla Sala dei Banchetti, ove offrivano al doge grandissimi poponi su piatti o ceste argentate ed egli ricambiava il gesto donando loro formaggi, prosciutti, ossocolli, sopressade, lingue salate, ciambelle e vino moscato.
Verdure e frutta giungevano a Venezia per lo più dagli orti dell'estuario veneto.
Murano, Treporti, Sant'Erasmo, Cavallino, Lio Piccolo, Lio Maggiore, Chioggia, Mazzorbo, Torcello, Malamocco, Pellestrina, Giudecca, fornivano alla Serenissima i prodotti ortofrutticoli che venivano scaricati a Rialto per essere venduti sulle rive di San Marco e di Rialto, pena, ai trasgressori, il sequestro della barca usata per il trasporto. Solo a fronte del pagamento del dazio, i frutaroli potevano vendere la merce anche sulle altre rive e in diversi luoghi della città.
Il Governo controllava e faceva rispettare i prezzi tutelando così sia la popolazione che l'Arte. I fanti addetti alla sorveglianza non potevano ricevere frutta in dono, a meno che non fosse per loro uso personale.
Le botteghe da frutarol, a Rialto, e a San Marco, avevano solitamente tettoie in legno.
I frutaroli erano autorizzati a vendere anche le uova, ma potevano tenerne in deposito al massimo 300.

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