Pegoloti

Numerosi sono a Venezia i toponimi che ricordano l'antica arte dei "pegoloti". A Cannaregio vicino a Santa Sofia, a San Marco nei pressi di San Samuele, a Castello nella zona di San Martino e all'Arsenale, si trovano calli e corti della Pegola; inoltre, nel sestiere di Cannaregio, a San Marcuola, ci sono calle, corte, sottoportico, campiello del Pegolotto. L'Arte dei pegoloti comprendeva i produttori e i venditori di "strope" (ramoscelli di salice rosso), di resina di pino e del suo derivato, la "pegola" (pece) ottenuta dalla cottura della ragia, ed usata in enormi quantità, assieme al catrame, dai calafati per il calafataggio, ovvero la chiusura e impermeabilizzazione delle fessure del fasciame delle barche e delle navi.

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La Scuola dei pegoloti fu istituita nel 1689 ed aveva come santi protettori San Nicolò e Sant'Antonio abate "del fogo". La sede era nella sala della Milizia da Mar, a Palazzo Ducale. La Mariegola originale è conservata nella Civica Biblioteca Correr, a Venezia.
Agli inizi del XIII secolo, secondo documenti storici, l'Arsenale era costituito da due file di squeri ai lati della Darsena Vecchia, compresa tra San Pietro di Castello e la Parrocchia di San Giovanni in Bragora, (nel punto di arrivo del legname dal Cadore), ma già all'inizio del Trecento, la Repubblica di Venezia ebbe la necessità di aggiungere il cosiddetto "Lago di San Daniele" e fu costruito l'Arsenale Nuovo (la Darsena Nuova) raggiungendo una superficie complessiva di 138.600 metri quadrati.
Il nome, Arsenale, conferma i frequenti e sempre più ampi contatti commerciali dei veneziani con l'Oriente; la parola, infatti, deriva dall'arabo daras-sina'ah, cioè "casa d'industria", che i veneziani pronunciavano darzanà, poi arzanà, parola citata anche da Dante Alighieri nell'Inferno della Divina Commedia (Canto XXI, vv. 7-18), e per ultimo si trasformò in arsenale. 
"Quale nell'arzanà de' Viniziani / bolle l'inverno la tenace pece / a rimpalmare i legni lor non sani, / ché navicar non ponno - in quella vece / chi fa suo legno nuovo e chi ristoppa / le coste a quel che più viaggi fece; / chi ribatte da proda e chi da poppa; / altri fa remi e altri volge sarte;/ chi terzeruolo e artimon rintoppa -; / tal, non per foco ma per divin' arte, / bollia là giuso una pegola spessa, / che 'nviscava la ripa d'ogne parte ." - (Come nell'arsenale dei Veneziani bolle d'inverno la tenace pece che servirà a spalmare le imbarcazioni non sane , che non possono navigare in quelle condizioni, pertanto c'è chi rassetta la barca, chi tura con la stoppa le falle aperte sui fianchi delle navi che hanno molto navigato; chi ribatte i chiodi con i martelli a prua e a poppa, altri costruiscono remi, altri funi, chi rattoppa le vela minore "terzeruolo" e chi la maggiore "artimon" -; similmente bolliva in quella bolgia, non per forza di fuoco, ma per Potenza Divina, la pece densa del dolore della vita, che invischiava ogni parte del mondo.) 
Il vocabolo darsena ha la stessa etimologia ed rimasto ad indicare gli specchi d'acqua interni dell'Arsenale. All'Arsenale, nel piccolo spazio compreso fra i due antichi Tesoni aquatici e l'officina dei "fravi da grosso", nella zona che affaccia sull'angolo sud ovest della darsena dell'Arsenal Novo, era situata la raffineria de la pegola dove veniva lavorata la pece che, all'interno dell'Arsenale, non solo serviva a completare il calafataggio dell'opera viva delle navi, ma era utilizzata anche per impermeabilizzare le sartie (cime o cavi, utilizzati nelle imbarcazioni a vela per sorreggere l'albero) necessarie alle manovre per orientare le vele, e le corde per l'ormeggio delle galee e dei bastimenti. Il posizionamento della raffineria de la pegola in questa zona dell'Arsenale era ideale per la sua vicinanza all'edificio detto stua, (stufa), dove, dentro enormi vasche, la pece era mantenuta calda e allo stato liquido anche per potervi immergere le lunghe cime di canapa, che arrivavano dalla vicinissima Tesa longa de la Tana, dove venivano fabbricate tutte le gomene necessarie alla marineria. Durante la seconda occupazione asburgica (1814-1848), l'edificio della raffineria fu per la gran parte demolito.

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