Sestiere di Santa Croce

Sestiere di Santa Croce

Alle origini di Venezia la zona a nord-est della città, corrispondente al sestiere di Santa Croce, che comprendeva anche l'area di San Marcuola, faceva parte del "Luprio", luogo ricco di saline e di laghetti stagnanti. (Venezia fu suddivisa in sestieri, Castello, Cannaregio, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco, San Polo, nel 1175). 

Il toponimo di questo sestiere deriva dalla Santa Croce di Gerusalemme, una parte della quale era conservata in una chiesa, detta di Santa Croce di Luprio, che si ritiene fondata nel 568 e già parrocchia nel 774. Nel 1108 la chiesa parrocchiale di Santa Croce di Luprio fu donata ai frati Benedettini, che ne fecero un monastero. Fu riedificata nel 1342 e ospitò nei secoli comunità di monache Terziarie Francescane e Clarisse. Sul finire del Cinquecento, viste le precarie condizioni in cui versava, la chiesa di Santa Croce fu ricostruita su progetto dell'architetto Antonio da Ponte. All'esterno si caratterizzava per l'austera facciata con tre eleganti portali, mentre all'interno si trovavano nove altari, dei quali il maggiore era ornato da una pala di Paolo Piazza raffigurante l'Adorazione della Croce, inoltre si potevano ammirare tele di grandi artisti fra i quali Palma il Giovane e Tintoretto. Nella prima decade dell'Ottocento, a causa delle soppressioni napoleoniche, il complesso di Santa Croce fu adibito a magazzini, per essere demolito nel 1810.
La vasta area su cui sorgeva fu acquistata dai Papadopoli - ricca famiglia di origine greca - e adibita a parco privato su progetto di Francesco Bagnara, architetto e scenografo vicentino; gli eleganti giardini furono poi ampliati, nella seconda metà dell'Ottocento, dall'architetto francese Marc Guignon, raggiungendo i 12.000 metri quadrati, ovvero il doppio della superficie attuale.
I giardini Papadopoli, divenuti infine proprietà del Comune di Venezia, furono divisi in due parti con lo scavo del Rio Novo (1932) mentre, il 25 aprile 1933, fu inaugurato il terminal di Piazzale Roma, realizzato sacrificando una vasta area verde; entrambi i lavori furono affidati all'ingegnere capo del Comune, Eugenio Miozzi, il più famoso ingegnere che operò a Venezia nel Novecento.

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