Stua

Stua

Ai tempi della Serenissima, ad alcune strade di Venezia è stato dato il nome "Stua" (che in dialetto veneziano significa stufa) In città tutt'oggi si trovano: Calle de la Stua nei pressi di Via Garibaldi, Sottoportico della Stua a San Giovanni Nuovo, entrambi nel sestiere di Castello, Calle e Fondamenta della Stua nei pressi di San Felice, Calle della Stua nella zona di san Giovanni Grisostomo nel sestiere di Cannaregio, nonché Campiello, Sottoportico, Fondamenta e Ramo de la Stua vicino alle Carampane a Santa Croce.

Gli Stueri facevano parte di un "colonnello" dell'Arte dei Barbieri.

Secondo lo storico veneziano, Giambattista Gallicciolli (1733 - 1806) il nome derivava dal fatto che gli stueri (chirurghi di bassa levatura) avevano i loro laboratori nelle citate zone della città. Per il loro lavoro avevano continuamente bisogno di acqua calda e per questo tenevano una stufa sempre accesa.

Nella sua opera "Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche", alla pagina 164 del libro III, il Gallicciolli scrive: "S'apre in calle di Ca' Bragadin altra Calle che torcendo poi a sirocco perviene alla Fondamenta delle Tette ove trovasi un sottoportico. Ma prima nel mezzo si spande in un seno quadrato o piazza, che s'appella Corte de la Stua, ov'è un pozzo (che oggi non c'è più n.d.r.). Stueri diciamo gli Stufaioli, cioè quel genere di Chirurghi, i quali sogliono far loro mestiere accomodando le ugne de' piedi, risecando cali &c. perché sempre hanno in pronto acqua calda, ovvero qualche luogo caldano per comodo di quelli, che si vogliono far curare. Nel libro luminarie del SS.° nostro, all'anno 1621 si trova Antonio Stuer, e Lunardo Stuer. Ove stanno questi Chirurghi suole dirsi Corte o Calle de la Stua".

Lo storico Samuele Romanin (1808-1861) sostiene invece che le stue fossero luoghi dove si poteva fare un bagno caldo; ciò anche in base a quanto sosteneva Alvise Molin (1606-1671) nel suo Diario scritto mentre era ambasciatore a Costantinopoli: "nel ritorno a casa dessimo un'occhiata ad uno dei loro bagni, che molti e frequentissimi sono nella Turchia, fatti per lavarsi prima dell'orazioni loro, che altro non sono che stufe in tutto simili alle nostre".

Testimonianze dell'epoca riportano che nelle stue si curavano malattie di ogni genere, venivano fatti impacchi di mercurio e di altre sostanze ed essenze; si facevano deglutire medicine ricavate con particolari pozioni che spesso anziché guarire facevano trapassare il paziente. La Repubblica, di conseguenza, promulgò leggi sempre più restrittive nei confronti delle arti mediche.

Delle numerose stue presenti a Venezia, il veneziano cartografo, ed enciclopedista Vincenzo Coronelli (1650 - 1718) riporta: "Molti sono gli stueri sparsi per le contrade, ma quello di San Zaninovo porta sopra tutti il vanto".

Il sottoportico della Stua a San Giovanni Nuovo, era sede di uno di questi stabilimenti, generalmente malfamati. Spesso infatti nelle stue si ospitavano prostitute.

Anche la Stua di Rialto era un locale pubblico molto simile al "calidarium" romano dove si effettuava la cura del corpo e dei piedi da parte degli stueri e dove, nonostante espliciti divieti, si praticavano rapporti sessuali mercenari, maschili e femminili. Non a caso, proprio vicino alla fondamenta della Stua di Rialto troviamo il ponte delle Tette, così chiamato per la presenza di numerosi postriboli.

La mala frequentazione, di questi luoghi - è la lectio sulla quale lo scrittore giornalista veneziano, Piero Zanotto, nell'opera "Nizioleti raccontano" costruisce il suo fumetto ambientato in Fondamenta della Stua.

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